Casa Cavazzini – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine

Su iniziativa congiunta del Comune di Udine e dell’Accademia Udinese di Scienze, Lettere e Arti martedì 13 dicembre alle ore 17.30 Casa Cavazzini – Museo di Arte Moderna e Contemporanea a Udine accoglierà la conferenza di Carlo de Incontrera dal titolo “Miela Reina. W l’Arte Viva”.

“C’è stato un momento, a Trieste, in cui nel mondo dell’arte, dominato quasi costantemente da tristezza e angoscia, è entrata improvvisamente l’allegria. Aveva il volto di una giovane insegnante di pittura dell’Istituto d’Arte, con un’espressione vivace e intelligente e un nome singolare: Miela Reina.

Tutto è avvenuto nel giro di pochi anni, tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, come evoluzione di un’esperienza artistica che all’inizio aveva un carattere normale ma conteneva già i segni di una futura esplosione. 

Con la sua straordinaria carica umana, con la sua ironia, col suo candore, Miela Reina è stata anche l’anima di un gruppo, Arte Viva, composto da artisti, architetti e musicisti, che per alcuni anni è riuscito a dialogare con la migliore avanguardia italiana e a portare in città mostre, concerti, incontri di altissimo livello”. Con queste parole, nel 1994, Maria Masau Dan ricordava lo straordinario e fulmineo percorso artistico della giovane artista triestina che fu protagonista di uno dei periodi più fecondi e propositivi della storia culturale della città giuliana nella seconda metà del Novecento.

A cinquant’anni dalla scomparsa, l’amico compositore e musicologo Carlo de Incontrera rievocherà quegli Anni fantastici, i progetti e i lavori creati insieme all’amica Miela, scomparsa improvvisamente a soli trentasei anni, nel 1972.

Artista poliedrica, dai molteplici interessi, Miela Reina sfugge a ogni tentativo di classificazione rispetto ad un tempo che ella visse intensamente, mossa da una bruciante urgenza espressiva. Quest’ultima la spinse a sperimentare nei diversi campi della grafica e della pittura anzitutto, ma anche della decorazione, della poesia visiva, della musica trovando apprezzamento tra i maggiori comprimari dell’arte italiana degli anni Sessanta. A sostenere il suo lavoro è sempre una felice e aggraziata vena narrativa e immaginifica di storie raccontate nel momento stesso in cui si creano sulla carta o sulla tela. Inutile evocare surrealismi di ritorno, echi secessionisti, suggestioni picassiane e matissiane o genericamente postimpressioniste. L’arte di Miela Reina, soprattutto nei suoi esordi ovvero fino alla metà degli anni Sessanta, presenta solo se stessa attraverso una interpretazione del tutto autonoma e originale di una figurazione che si sottrae tanto alle sirene dell’informale quanto alle proposte del concretismo geometrico imperante in quegli anni di intensa ricerca internazionale, affidando il suo fare ad una rielaborazione personalissima di stili e modelli.

Se un giro di boa può essere indicato – sulla scorta della acuta interpretazione di Gillo Dorfles – esso va rintracciato nel portato della Biennale veneziana del 1964, palcoscenico privilegiato per l’affermazione, sulla scena mondiale, della Pop Art americana. È in quel momento che per Miela Reina la bidimensionalità della tela diventa un limite da oltrepassare, spingendo le sue composizioni nella terza dimensione, sfruttando l’oggettivizzazione pop per liberare i personaggi simbolici e iconici dei suoi racconti nello spazio circostante. Non sappiamo dove questa teatralizzazione avrebbe portato l’arte  libera e fantastica di Miela Reina, scomparsa troppo presto per concludere un ciclo che, nelle opere musicali composte insieme a Carlo de Incontrera – da Liebeslied a Vademecum a Ottava dopo ottava – ha lasciato le sue ultime, intense tracce.

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Di Redazione 1

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