In 60 anni di calcio bianconero, dalla Serie C a oggi passando per le fasi europee, mai mi era capitato che si aprisse un abisso tra le aspettative della vigilia – che imponevano all’Udinese di spezzare la striscia nera di quattro sconfitte con una vittoria che pareva alla portata – e ciò che poi è accaduto in campo, ossia un tracollo totale senza appello. L’Udinese si rivela una squadra raccogliticcia, senza idee e senza nerbo, mal impostata e peggio guidata, insomma roba da bassifondi, al cospetto di un Lecce che pare una big di Premier, capace di spadroneggiare dal primo all’ultimo minuto. Vince 0-3 la squadra di Di Francesco, ma il bottino poteva benissimo raddoppiare tante sono state le occasioni da gol prodotte e sciupate. Potere di un tecnico meticoloso e avveduto, che ha lavorato sulle qualità dei propri uomini perfettamente istruiti sul come abbattersi sulle labili resistenze dei bianconeri, facendone emergere i difetti e i limiti in ogni zona del campo, compresa una condizione atletica che dire deficitaria è poco.
Dall’altra parte, Runjaic non si nasconde, mostra il petto assumendosi tutte le responsabilità. Ha dovuto riconoscerlo: persi tutti i duelli a livello fisico; ingenuità inconcepibili nei valori di una Serie A; mancanza di intensità e di soluzioni di gioco.
Responsabile sì e – aggiungiamo – pure vittima delle circostanze. La società, anziché l’attaccante di scorta che tanto sarebbe servito dopo la partenza di Buksa, gli recapita un monumento come Alaba, difensore mancino come non bastassero Solet e il soldatino Ebosse. Uno così lo prendi per farlo giocare ed è quello che Kosta fa, inscenando una rivoluzione nel trio difensivo che porta Solet a destra su zolle poco frequentate e affidando ad Alaba la regia centrale del terzetto. Risultato: un casino, i meccanismi s’inceppano, le vie aeree perdono presidio al punto da far rimpiangere il capoccione perentorio di Kristensen. E a una difesa così combinata, esposta ai giri d’aria, non garantiscono puntelli gli esterni spompati e sovrastati, Vojvoda e Kamara, e tanto meno centrocampisti e mezze punte dal passo corto, sempre in ritardo anche sulle seconde palle. Dove vai in queste condizioni? In bocca al lupo che ringhia e morde.
Ci sta che un allenatore sbagli la preparazione della partita per scarsa conoscenza dell’avversario o per sopravvalutazione dei propri mezzi (entrambe le cose nel caso di Runjaic), ma poi deve subito inquadrare lo scacchiere e correre ai ripari. Ahinoi, Kosta non ha di questi guizzi, l’imprevedibilità del copione non lo trova pronto a reagire, è lento a elaborare e a rimediare. Già alla mezz’ora, sotto di due gol (di Gaspar sugli sviluppi di un angolo e di N’Dri su deviazione fortuita), doveva ridisegnare la difesa facendo entrare subito Palma, e il centrocampo con Piotrowski o Miller al posto del povero Zarraga, riportando Ekkelenkamp sul fronte sinistro (idea incomprensibile quella di cambiargli habitat) e inserendo Zanoli sulla fascia destra dove arrancava Vojvoda.
Basterà tutto questo, basterà la quinta sconfitta di fila e la classifica diventata rossa, per dargli il benservito? A lume di naso, e immaginando le meditazioni di Gino Pozzo e la sua fissa sull’imprescindibilità di un allenatore internazionale per lo spogliatoio multietnico bianconero, crediamo che non basti ancora: decisivo sarà il trittico che in una settimana, partendo da domenica sera, vedrà l’Udinese incrociare Milan e Roma al Friuli con l’intermezzo della trasferta di Parma.
In un moto di autostima, Runjaic in conferenza stampa ha dichiarato di essere in grado di trovare le soluzioni per tornare a galla. In società continuano a credergli, meno i tifosi che hanno perso la pazienza e invocano l’uomo della provvidenza. E non gliene frega niente se non parla inglese.







