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Una storia ambientata nel Friuli contadino degli anni ’30

Grandi e piccoli schermi : Cinema friulano

a cura di Marcello Terranova

Se non l’avete già fatto, andate su internet al sito “adessocinema.it” . Troverete alcuni film e documentari girati in territorio regionale soprattutto nell’arco del 1900 : filmati che sarebbe impossibile recuperare e consultare, ma oggi grazie alla Cineteca del Friuli, al cinema Visionario, all’associazione culturale Cinemazero di Pordenone e alla casa di distribuzione Tucker film, sono messi a disposizione  del pubblico e si possono rivedere online con tutta calma quando si vuole.

Sono film che hanno fatto la storia del cinema in Friuli. In modo particolare parlo della pellicola realizzata nel 1962  Gli ultimi” con la regia di Vito Pandolfi e la collaborazione attiva di David Maria Turoldo, una storia ambientata nel Friuli contadino degli anni ’30, in pieno regime fascista.

Vito Pandolfi  non era proprio un regista cinematografico ma piuttosto un critico e uno storico del teatro. Amico di vecchia data del  vulcanico frate friulano David Maria Turoldo, si fece convincere  a tentare un’impresa impossibile sulla carta.

Turoldo, nato a Coderno di Sedegliano e nei primi anni ‘60 ospite del santuario Beata Vergine delle Grazie a Udine, voleva ad ogni costo raccontare le misere condizioni  dei contadini  friulani negli anni dopo la prima guerra mondiale.

Il soggetto era già bell’e pronto: il racconto autobiografico dello stesso Turoldo “Io non ero un fanciullo”, cioè le vicende tormentate di Checo,  un bambino  costretto a vivere in una famiglia poverissima e sempre deriso dai coetanei che lo chiamavano lo spaventapasseri. Lascio comunque a chi mi legge scoprire la trama di questa interessante pellicola visionando il sito sopra nominato.

Cerco invece di svelare i retroscena del lavoro.

Siamo nel 1962 e realizzare un film con una troupe di professionisti e con  attori e  comparse, sia pure presi dalla strada  era un’operazione per niente facile. E poi la post-produzione, la pubblicità e la distribuzione della pellicola! Insomma una faccenda che sarebbe  molto complicata anche oggi dopo più di mezzo secolo.  Ma nulla poteva fermare l’entusiasmo e la determinazione del frate di Coderno.

Turoldo bussò alla porta di amici e conoscenti e riuscì a racimolare circa 60 milioni di lire. Convinse un grande direttore della fotografia, Armando Nannuzzi,  a portare la sua troupe in Friuli per alcune settimane e Carlo Rustichelli,  un affermato musicista,  firmò le musiche del film.

Per le comparse e alcuni attori mobilitò tutto il paese e dintorni e il fotografo di scena, il grande Elio Ciol di Casarsa, documentò il corso delle riprese.  Uno dei protagonisti, il padre di Checo, aveva il volto scabro di suo fratello , per giunta doppiato nella voce dallo stesso  Turoldo.

Il 31 gennaio del 1963 il film è in prima visione al cinema Centrale di Udine: grande successo di pubblico! Ma durò poco perché sui quotidiani cominciò a infuriare la polemica. La rappresentazione del Friuli sembrò ad alcuni poco dignitosa, E poi questo frate spesso vestito senza tonaca, amico di intellettuali di sinistra! Non dimentichiamo che eravamo in piena Guerra Fredda. Non solo, l’idea della miseria vissuta con dignità ma non con rassegnazione piaceva poco ad un pubblico che ormai era avviato verso il consumismo edonistico.

Al botteghino, “Gli Ultimi” fu un flop e con il passare del tempo le poche copie rischiarono di sparire.

Oggi, dopo quasi 60 anni, la pellicola coraggiosa di David Maria Turoldo ci sembra un film  notevole, ben congegnato e con un messaggio positivo.

Zavattini, Ungaretti e Pasolini lo avevano capito già ai tempi della sua prima uscita e forse anche Ermanno Olmi si ispirò  proprio agli “Ultimi” per pensare e realizzare il suo “L’albero degli zoccoli”, trionfatore al Festival di Cannes nel 1978.

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