Non nasce divino

-Fammi vedere fammi vedere

questo è il nettare degli dei ?

Un fungo?-

-Sì un fungo

buono da mangiare 

come gli altri funghi-

diceva mia mamma 

alla sua amica Rosina. 

Quando 

dopo la pioggia 

tornava dal campo della biava

con la cesta colma

dell’ ustilago majdis

bruno-bluastro

che aveva trasformato 

i chicchi di mais.

Gli dei vennero dopo.

Mia madre

lo conosceva già.

Roberto Soldà

Commento

È un testo molto evocativo e il suo punto di forza sta nel rovesciamento finale: ciò che viene chiamato “nettare degli dei” non nasce come qualcosa di divino, ma appartiene prima di tutto alla conoscenza concreta della madre. Il titolo/incipit “Non nasce divino” prepara proprio questa inversione. Il fungo — l’ustilago maydis, cioè la cosiddetta huitlacoche — viene presentato inizialmente quasi con meraviglia, attraverso il dialogo: “Fammi vedere fammi vedere / questo è il nettare degli dei?”. Ma subito dopo la poesia riporta tutto a una dimensione quotidiana e popolare: “Sì, un fungo / buono da mangiare / come gli altri funghi”. Quella risposta è bellissima perché sottrae il meraviglioso al mito. Per la madre non c’è bisogno di trasformare il fungo in qualcosa di sacro: lo conosce, sa riconoscerlo, sa che si mangia. La sua è una conoscenza precedente alla leggenda, quasi ancestrale. Molto efficace anche il passaggio dalla pioggia al campo: “Quando / dopo la pioggia / tornava dal campo della biava / con la cesta colma”. Qui il fungo non è più soltanto un oggetto poetico: è legato alla terra, al lavoro, alla raccolta, alla memoria familiare. La cesta colma conferisce concretezza all’immagine e contrasta volutamente con la parola altissima “nettare”. E poi arriva il finale: “Gli dei vennero dopo. Mia madre lo conosceva già.”. E questi sono i versi più forti. Sono brevi, quasi sentenziosi. “Gli dei vennero dopo” significa che il mito, la definizione, la consacrazione vengono successivamente; prima c’è l’esperienza umana. La madre possiede una verità pratica che precede la cultura ufficiale, il nome scientifico e persino la mitologia. C’è anche un interessante gioco tra nomi: Rosina, “ustilago majdis”, “nettare degli dei”, “fungo”. Sono quattro modi diversi di guardare la stessa cosa: il nome affettivo e familiare, quello scientifico, quello mitologico e quello quotidiano. E la poesia sembra suggerire che nessuno di questi nomi viene per primo: prima viene la conoscenza di chi vive la terra. Da notare che “dell’ustilago majdis / bruno-bluastro”: la denominazione scientifica produce uno stacco molto netto, quasi straniante. E questo è un pregio perché introduce un registro freddo e scientifico dentro una memoria contadina. Nel complesso, quindi, la poesia ha una bella idea centrale: il sacro non precede la conoscenza, ma viene inventato dopo. E la figura della madre diventa quasi custode di un sapere antico, non spettacolare, che non ha bisogno di chiamarsi “divino” per essere prezioso.

ustilago majdis

Da Redazione 1

https://www.facebook.com/udineselife/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *