Omelia dell’arcivescovo mons. Riccardo Lamba in occasione della Messa di ordinazione presbiterale di tre giovani sacerdoti

Omelia dell’arcivescovo mons. Riccardo Lamba in occasione della Messa di ordinazione presbiterale di tre giovani sacerdoti
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Cari fratelli e sorelle in Cristo,

vorrei cercare di commentare la pagina del Vangelo di Marco che la liturgia di questa XII Domenica del Tempo Ordinario (ciclo B) ci offre, alla luce del grande dono che oggi il Signore ci fa con l’ordinazione presbiterale di Raymond, Bernard e Dominique.

L’episodio che oggi contempliamo inizia con un perentorio invito di Gesù: «Passiamo all’altra riva!».

È Gesù che prende l’iniziativa!

È Gesù che ha preso l’iniziativa di chiamarvi per andare “oltre”: oltre le vostre famiglie, le vostre sensibilità, le vostre culture, i vostri errori e i vostri peccati, i vostri personali limiti umani.

È Gesù che ha preso l’iniziativa per operare in voi un cambiamento vero, reale, tangibile: da creature a figli, da evangelizzati ad evangelizzatori, da single a membri di una comunità presbiterale.

Per operare questo cambiamento profondo e radicale avete “lasciato la folla”, come dice il Vangelo: sono la vostra terra, il vostro popolo, le vostre famiglie, tutto ciò fino a quel momento vi aveva donato vita e sicurezza. Avete scelto di far salire Gesù sulla “barca” della vostra vita: non lo avete tenuto a distanza di sicurezza, ma lo avete fatto entrare nella vostra vita a tempo pieno, superando il rischio della mentalità del dipendente da azienda (lavoro otto ore al giorno ma poi ho diritto a due giorni la settimana di riposo, un mese di ferie, versamenti pensionistici per maturare la pensione di anzianità). Avete iniziato la traversata della vita, consapevoli che non si sarebbe trattato di una gita nella laguna: ben presto avete iniziato a comprendere che se, come dice il titolo dello straordinario film di Roberto Benigni, “La vita è bella!”, nello stesso tempo essa è anche molto complessa. Avete così dovuto affrontare sfide relazionali, culturali, etiche: eppure non vi siete rifugiati in modo infantile nei ricordi di tanti momenti belli vissuti nelle vostre comunità di origine; non avete affrontato da soli queste sfide ma vi siete fatti aiutare da tanti sacerdoti, dalle suore del Seminario, da tante famiglie e laici che vi hanno accolto e hanno accompagnato con amore e discrezione il vostro discernimento vocazionale.

Sono sicuro che non sono mancati i momenti di difficoltà. Che cosa avete fatto in quei momenti? Avete fatto ciò che hanno fatto gli apostoli nella loro drammatica attraversata del mare, come racconta l’evangelista Marco: vi siete rivolti a Gesù nella preghiera. La preghiera non è stato il tentativo estremo per trovare la soluzione ai problemi: «Proviamo anche con Dio, non si sa mai!» (come diceva Ornella Vanoni in una canzone di cinquant’anni fa).

Piuttosto la preghiera è stato il luogo in cui avete sperimentato la forte e verace amicizia di Gesù e lì avete alimentato la speranza che fosse questa amicizia a dare gusto e senso a tutta la vostra vita.

È nella preghiera che gli avete consegnato tutte le vostre preoccupazioni e paure.

È nella preghiera, liturgica e non, che avete maturato la certezza che solo Lui può salvare voi e coloro che sono su altre barche dalla morte eterna, perché se da una parte Gesù stesso ha fatto sulla Croce l’esperienza del “senso” di abbandono da parte di Dio, dall’altra parte proprio lì Gesù ha sperimentato che Dio Padre non lo aveva mai abbandonato («nelle tue mani consegno il mio spirito», Lc 23,46), e proprio nel sonno della morte gli avrebbe fatto sperimentare la potenza della Risurrezione.

È nella preghiera che avete sperimentato l’efficacia della Sua Parola: è stata la Sua Parola a mettere a tacere le insidie di colui che avrebbe voluto distogliervi dal cammino intrapreso; è stata la Sua Parola che vi ha invitati e vi invita ancora a vivere non per voi stessi, ma per Colui che è morto ed è risorto per noi; è ancora la Sua Parola che sta generando in voi l’Uomo nuovo, modellato dallo Spirito a immagine e somiglianza di Gesù Cristo, che è la nostra Pace.

Nel Vangelo di oggi, Gesù pone a voi e ai suoi discepoli di tutti i tempi due domande: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?

La paura è qualcosa che ci portiamo dentro sin dall’origine: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei? Rispose: ho avuto paura, perché sono nudo e mi sono nascosto!» (Gen 3,9-10) La paura è la conseguenza della disobbedienza al comando di Dio che aveva detto: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 2,16-17). La paura è il frutto del fallimento della pretesa velleitaria originaria di poter fare da soli, di poter fare a meno di Dio: pretesa che ci porta alla morte.

Lo stesso adagio friulano “fasin di bessôi” ha senso solo se siamo, certo, noi ad impegnarci in prima persona, ma con Dio (non senza Dio!) e con i fratelli (e non senza i fratelli!). Anche Papa Francesco ogni tanto ce lo ripete: «Nessuno si salava da solo! Siamo tutti sulla stessa barca!».

Gesù è venuto per liberarci da questa velleità e dalla conseguente paura della morte, attraverso la consegna totale di sé e l’obbedienza alla Volontà del Padre: così Lui ci ha rivelato che solo obbedendo al progetto di Dio, come Lui, noi possiamo sperimentare che Dio è Padre e vuole per noi la Vita e non la morte!

Avere Fede nel Figlio di Dio, innestarci in questo atteggiamento di Fede del Figlio di Dio è la risposta alla paura della morte! Martin Luther King, pochi mesi prima di essere ucciso, si esprimeva così: «La paura bussò alla porta, la Fede andò ad aprire: non c’era nessuno!»

Cari Dominique, Bernard, Raymond, Dio vi chiamerà continuamente ad attraversare il lago della vita; l’augurio che vorrei farvi è che possiate, attraverso l’ascolto della Parola di Dio, crescere nella Fede, cioè nella consapevolezza che in Gesù Cristo voi siete figli di Dio, e perciò siete stati liberati dalla schiavitù del peccato e dalla paura della morte.

Unitevi sempre più a Gesù Cristo: quando nella celebrazione eucaristica direte “Questo è il mio Corpo e questo è il mio Sangue”, consegnate la vostra vita, come Lui, nelle mani del Padre il quale si è preso cura di voi e sempre lo farà soprattutto nei momenti più difficili.

Sono sicuro che così insieme agli uomini e donne cui sarete inviati farete esperienza e testimonierete che Colui al quale il vento e il mare obbediscono è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il quale, destandosi dal sonno della morte, risorgendo dai morti, ci dona la Speranza che passando con Lui attraverso le vicende liete e tristi della vita, potremo entrare insieme nella dimensione eterna della Vita.

Mandi, mandi!

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