Rita Mascialino, Maurizio Tolloi: “Sentieri di fede nel vento”

Rita Mascialino, Maurizio Tolloi: “Sentieri di fede nel vento”            Udinese-Life, Semantica dell’Arte, febbraio 2021.

Maurizio Tolloi (Cervignano del Friuli 1953), risiede a Forni di Sopra, un paesino dell’Alto Friuli. Rinomato pittore, è anche poeta e scrittore di romanzi che narrano le meraviglie naturali del più solitario Friuli montano in seno alle quali nella sua profonda fede sente la voce di Dio. Ha ottenuto importanti Premi, tra cui il Premio ‘Toscana in Poesia’ di La Spezia (2010) con la silloge “Nuvole”, inoltre il Premio Letterario ‘Il Mulinello’ di Siena (2016) con  Diploma d’Onore per la narrativa edita con il romanzo “Metamorfosi” (Pasian di Prato UD: Campanotto Editore: 2015).                        Dal romanzo “Sentieri di fede nel vento” (Pasian di Prato UD: Campanotto Editore: 2017)  “(…) Fu così che la vide!                                                               Era ferma a pochi metri da lui, sul sentiero appena percorso salendo, in una strana forma quasi trasparente che si fondeva parzialmente con ciò che la circondava. Era una creatura minuta, simile a un nano, o forse no, ancora meglio ad un bambino. Infatti non aveva la corporatura robusta tipica del primo, ma era più longilinea e dai tratti delicati come il secondo.                  Non stava guardando verso di lui, ma aveva lo sguardo rivolto verso un punto indefinito, prima di scomparire repentinamente come per magia. Infatti Sebastiano non l’aveva vista allontanarsi come un essere qualunque, ma era scomparsa di colpo come se si trattasse di un ologramma (…)             La creatura apparve nuovamente davanti a lui, quasi all’estremità della radura, con lo sguardo rivolto sempre verso un punto indefinito.             Stavolta Sebastiano, senza neppure rendersene conto, si lasciò andare ad uno scatto fotografico senza inquadrare e nemmeno muoversi dalla posizione assunta, per evitare che l’essere potesse venirne disturbato. Ricaricò, cercando di muoversi il meno possibile, scattò un’altra volta e poi un’altra ancora, prima che l’entità svanisse nuovamente così com’era apparsa (…)                                                                                                                  Un misto di stupore e di delusione s’impadronì di lui che non seppe nascondere un pizzico di stizza.                                                                              Le fotografie scattate erano molto belle, ma della fantomatica entità non v’era alcuna traccia (…)”                                                                                               Il romanzo di Maurizio Tolloi appartiene al genere introspettivo, autobiografico per quanto riguarda la personalità dell’autore proiettata nel protagonista Sebastiano che vive nella zona montana del  Friuli Nord e che colloquia con tale natura impervia e sublime. Un romanzo che può essere interpretato secondo una duplice prospettiva: sia di fede, sia nel contempo, non separatamente, in una prospettiva psicologica che funge da fondamento all’altra.                                                                                                   Un brevissimo cenno alla trama onde circostanziare il nucleo semantico su cui ruota l’opera.                                                                                                          Il nome Sebastiano echeggia da lontano il martirio del Santo, martirio nel quale, detto in una iperbole consiste anche la ricerca di identità e di certezze esistenziali dell’autore che mai cessa di indagare se stesso e il senso della vita tormentandosi sul cammino verso la verità o una verità. In seguito alle sue esperienze vissute tra i monti attorno a Forni di Sopra e in altre zone montane del Friuli più appartato, meno frequentato, Sebastiano sente la vicinanza di Dio e intraprende allora il percorso del sacerdozio per poi, affrontando l’inevitabile profonda crisi, abbandonare l’abito talare per l’amore che si sviluppa in lui per una donna, Elisa, che sposerà, da cui avrà una figlia e che poi lo lascerà perché bisognosa di un periodo di tranquillità, lontano dalle difficoltà psicologiche del marito e in aggiunta da quelle della piccola che durante il terremoto del Friuli avrà la spina dorsale lesa. Lasciando stare ogni altro approfondimento, ci occupiamo qui, come più sopra anticipato, del nucleo semantico centrale intrinseco al messaggio espresso specificamente in questo romanzo da Maurizio Tolloi.               Dunque nella sua ricerca di verità Sebastiano percepisce  la presenza di Dio nella voce del vento, della natura che sa decifrare. Nella sua ipersensibilità vede anche creature fatate, in ogni caso vede e ode ciò che si manifesta solo  ai buoni e ai bambini, ai semplici, non a chiunque. Si tratta di esseri che abitano la natura montana, i tronchi cavi degli alberi più vecchi, un po’ come i folletti, da cui comunque si distinguono. Se i folletti  o sbilfs nelle leggende di cui è ricco il Friuli magico, cooperano con gli umani salvo anche a tiranneggiarli secondo i casi, i folletti di Maurizio Tolloi sono una vera e propria epifania della natura e con essa, indirettamente, ancora e sempre di Dio stesso. Perché Dio si rivela a Sebastiano, uomo semplice e un buono, dicendogli tra l’altro:   “(…) Io sono la montagna, la natura, le nuvole e il cielo. Io sono te (…)”                                                                            Questo in un panteismo di derivazione mistica e spinoziana – molto evidente anche nel precedente romanzo “Metamorfosi” (Pasian di Prato UD: Campanotto Editore: 2015) –, panteismo che pone cosmo, natura e uomo in una reciproca vivificante relazione e che si riferisce alla presenza divina nell’umano viaggio verso la perfezione, verso il miglioramento costante di sé.      Il fatto che nessun altro possa vedere o sentire le creature che si manifestano a Sebastiano e che nemmeno l’apparecchio fotografico ne possa catturare l’immagine tanto chiara davanti ai suoi occhi, potrebbe significare che tutto ciò sia solo una fantasia del personaggio, magari anche un’allucinazione e ciò potrebbe anche essere vero. Ma la vicenda di Sebastiano comunica più nel profondo che la facoltà di immaginazione ha la sua realtà nelle potenzialità della mente, ciò di cui non tutti sono consapevoli in quanto da una sorta di più o meno palpabile materialità della loro ottica sulla vita portati lontano dal mondo impalpabile della mente più occulta.                                                                                                   Alla fine del romanzo, che consente un tuffo nella fantasia più positiva, neanche la giovane figlia del protagonista riesce a vedere quanto sta vedendo il padre il quale capisce e accetta come non sia possibile che tutti abbiano la medesima disposizione mentale verso le meraviglie della natura, verso il Creato, verso il meraviglioso. Al proposito, narra Maurizio Tolloi, la montagna non vive di sole piante e alberi, acqua, vento e rocce, ma anche delle saghe e delle leggende, dei miti religiosi dei popoli che l’hanno abitata in un tempo trascorso, anche arcaico. Secondo Sebastiano tali leggende trovano un fondamento di verità nella fede in Dio, la quale permea il personaggio proiezione dell’autore senza mai un cedimento: all’umanità più antica, meno scettica di quella attuale e più adatta ad accettare il prodigioso interpretando i segni provenienti dai fenomeni naturali, l’umanità deve il patrimonio inestimabile dei miti che hanno popolato la natura di folletti e di fate, tra l’altro, che nell’attualità solo qualcuno può raramente intravedere nascosti o percettibili in sagome trasparenti come l’aria, come ologrammi. Così è la visione della storia e preistoria dell’uomo in Maurizio Tolloi.          Interessante al proposito è il titolo dell’opera: “Sentieri di fede nel vento”, dunque percorsi che si tracciano nell’intangibilità, nell’invisibile, nel vento e sono da questo scompigliati come è nella natura di tale elemento per così dire fantasioso, percorsi che sempre si devono ricreare perché esistano, perché non si confondano con l’invisibile e non siano più percepiti né nella natura, né nella propria interiorità, perché non cadano nell’obsolescenza più inconscia, da ciò la fede dell’autore come qualcosa che si deve continuamente rigenerare nella propria mente.         In aiuto riguardo alla capacità di credere in tutto ciò Tolloi dà al lettore esplicitamente attraverso Sebastiano un’ipotesi particolarmente risolutrice dell’enigma delle manifestazioni divine e di conseguenza anche degli esseri magici: “(…) La Divina Entità poteva benissimo aver scelto la strada del pensiero per manifestare la propria presenza (…)”             Sebastiano è giunto alla verità che ricercava da sempre: Dio e gli esseri fatati stanno nel profondo del pensiero umano, lì hanno la loro realtà non diversamente dalle rocce che hanno la loro realtà nella natura materiale. La voce di Dio sta nell’interiorità di Sebastiano proiezione dell’autore, la cui voce si fa interprete  del Divino, è la sua mente che si fa interprete del Magico che esistono in lui, ciò che si fa percepire se scandagliato senza tregua, così che essi, dopo tanto bussare alla loro porta,  aprono e si mostrano a chi persevera nell’avere il loro contatto.                  Nella realtà dell’immaginazione dunque consiste il più vero aiuto dell’uomo a non sentire la grande solitudine della vita, che si percepisce sia in mezzo alle folle che nella montagna più lontana da esse – Sebastiano sente da sempre l’impulso a isolarsi dagli altri per ascoltare la natura tra i monti della sua terra, soprattutto per ascoltare e indagare se stesso ed è e resta comunque un uomo solitario. Un aiuto che si concretizza nella capacità di dare vita a tutto un mondo di pensieri trasfigurandoli attraverso immagini mentali in figure viventi proiettate all’esterno di sé, tali che gli possano dare la più profonda e vera compagnia sulla Terra, la compagnia di un se stesso conosciuto nei più reconditi recessi del suo spirito, la compagnia della sua potenzialità e potenza creatrice.       Così l’uomo nel bel romanzo di Maurizio Tolloi Sentieri di fede nel vento, sentieri che non stanno nella materia tangibile e dove sarebbe inutile ricercarli nella speranza o illusione di trovarli, che stanno appunto in quanto di più intangibile ci possa essere: nel vento e nella mente dell’uomo, luoghi dove hanno la loro collocazione e casa per così dire. Questo è il messaggio profondo che sta nel cuore della vicenda di Sebastiano, che non può condividere con nessuno le sue scoperte nell’ambito della natura della spiritualità, come accennato, neanche con sua figlia, perché si tratta di sentieri interiori che vanno percorsi in solitudine, sentieri che conducono appunto dove sta la più vera compagnia, quella di se stessi.                                                                                                                                                                                                                                     Rita Mascialino 

 

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